La chiesa

La cappella della beata vergine addolorata

Non si hanno notizie precise riguardo alla costruzione e alla decorazione della cappella, in origine juspatronato della famiglia Navagero.

cappella della beata vergine addolorata
Francesco Sansovino (1581) ricorda, assai sinteticamente e in modo poco chiaro, «una cappella dei Nauaieri», ma è comunque ragionevole supporne l’esistenza sin dal momento della rifabbrica tardoquattrocentesca, in considerazione del ruolo ricoperto all’epoca dalla famiglia nella vita della chiesa. Ad essa apparteneva infatti quel Bernardo Navager procuratore di chiesa, che tenne il libro-cassa negli anni 1500-1503.

La cappella fu rinnovata nel 1684 dalla Compagnia del Santissimo Rosario, istituita in quell’anno e nell’occasione fu eretto un nuovo altare. Sulla mensa è oggi collocata una Pietà in terracotta policroma, opera di scuola tedesca del secolo XV. Entrata in chiesa nel 1507, la scultura era posta su un altare ligneo presso la porta laterale che immette nel campiello del Piovan. A seguito dell’istituzione della Confraternita del Suffragio dei Morti (1663), il capitolo della chiesa concesse a questa l’uso della statua come oggetto di culto e, successivamente, autorizzò il sodalizio a ricollocarla sul nuovo altare in pietra eretto nel 1666. Il gruppo non è menzionato da nessuna guida antica, anche se non è da escludersi che proprio ad esso si riferisca il Moschini (1815) quando, a proposito del trittico di Bartolomeo Vivarini «posto nell’altare a fianco del maggiore», auspica che «si tolga l’ingombro di quella statua di legno che le sta dinnanzi». Secondo l’Andreis (1885), peraltro, alla demolizione dell’altare del Suffragio, avvenuta nella prima metà dell’Ottocento, l’opera sarebbe stata collocata nella cappella dove si trova tuttora.

Il recente restauro (1985) ha liberato la scultura dalle pesanti ridipinture eseguite in epoche successive (che le avevano conferito una colorazione bianca con l’intento di simulare una scultura marmorea, forse per adattarla all’altare secentesco in pietra). Sono così venuti alla luce i resti dell’originaria policromia e i caratteri dell’intaglio (Borghese, 1993-1994), consentendo di confermarne l’attribuzione (Greco, 1982-1983) a un ignoto maestro di area tedesca, attivo nel secolo XV.

incoronazione di spine
Alle pareti sono stati recentemente collocati i due dipinti di Leonardo Corona - la Flagellazione e l’Incoronazione di spine -, che probabilmente in origine formavano un unico ciclo cristologico con le tele di Jacopo Palma il Giovane raffiguranti Cristo davanti a Caifa e la Lavanda dei piedi (oggi collocate rispettivamente sopra la porta principale e sulla parete sinistra del presbiterio). Stilisticamente databili negli ultimi anni del Cinquecento, prima delle tele per la Scuola di San Fantin (1600-1605), che videro ancora i due pittori lavorare fianco a fianco, i teleri del Corona, che all’inizio del Seicento erano appesi sopra la porta della sacrestia (Stringa, 1604), si caratterizzano per un violento luminismo (Pallucchini, 1981), notevole soprattutto nell’incoronazione di spine, in cui compaiono nella parte inferiore due ritratti: un uomo e un bambino, dei quali quest’ultimo è «forse il migliore dei pochi ritratti del Corona» (Manzato, 1970).